venerdì 19 giugno 2015

Il freno a mano

Non sò se sia stata la stanchezza, la distrazione, la fretta o l'età che avanza e alcuni neuroni non le stanno più dietro, ma oggi, sono entrata in garage, senza aprire la porta del garage.

No, non sono una maga.
Sono solo la proprietaria di una macchina di ultima generazione, tutta automatica, col freno a mano a pulsante (a pulsante? Davvero? Nella città con il più alto numero di partenze in salita del pianeta?) con un portabagagli decisamente solido e da domani, con un conto in banca più leggero, perchè si sà, qui costa tutto troppo. E da sola, la porta del garage in legno con le finestre in vetro, non la sò riparare.

La dinamica è stata abbastanza semplice e anche se il marito l'ha inquadrata allegramente come un tipico caso di "moglie al volante", io ho voluto darmi una spiegazione in più.

Come quasi tutte le case di San Francisco, la nostra ha un garage a cui si accede tramite una piccola discesa sppena sotto l'ingresso proncipale.

Noi spesso, anzi quasi sempre, lasciamo la macchina parcheggiata proprio lí, per comodità. 

La nostra casina...


Oggi, corri corri, sbrigati che è tardi, metti la marcia, leva il freno a mano, leva la marcia, leva il freno a mano e voooom!
Ho premuto il piede sull'acceleratore a vuoto. Cosí a vuoto che il motore ha urlato di dolore.
Ho sentito la macchina scivolare fuori controllo per poi stamparsi pesantemente contro la porta del garage, facendo sonoramente esplodere un vetro.
Si, insomma.. Sono praticamente entrata in garage a porta chiusa.

Ricostruendo l'accaduto, mi sono resa conto che devo avere inavvertitamente spostato la marcia su "N", "neutral".

Per farla breve: stavo a folle.
Col piede a tavoletta che manco Ayrton Senna ai tempi illustri dei mondiali di F1.

Vi allego una foto della porta del garage.
E vi lascio immaginare la mia faccia al momento dell'impatto.

E buonanotte a tutti!


domenica 7 giugno 2015

L' Hully Gully

Erano circa cinque anni che non andavamo ad arrampicare.

Si perché io e il marito, prima di avere la prima figlia, prima di andare a Londra, prima insomma di pensare di cambiare vita, andavamo ad arrampicare in un posto non molto lontano da casa, a Roma.

Un posto molto carino, dove i proprietari ci avevano insegnato ad apprezzare questo sport, così solitario e profondo. Così silenzioso e intenso.

Uno sport che ti insegna a fare i conti con te stesso, con il tuo senso del limite e della pazienza.
Uno sport che abbiamo condiviso fin da subito, come molte altre passioni, sbocciate, coltivate e vissute in due. Io e il marito. La mia "better half" come si dice dalle parti della regina.

Ora, parliamoci chiaro: non è che fossimo i Messner di Roma, anzi..a metà percorso con cadenza svizzera, le mie falangette si chiudevano come un anemone di mare o una pianta carnivora una volta addescata la preda.

E in genere alla paresi delle mani seguiva un urlo di dolore "Scendo!" a cui il marito faceva seguito accompagnando la discesa con la fune (la cima?) di sicurezza.
Qui si dice "rope" e ora davvero non sò quale sia il termine esatto italiano.

Il marito invece, decisamente più resistente, andava sù, terminava il suo percorso e poi veloce scendeva per tornare ad assistermi nel mio purgatorio di tentativi per raggiungere la vetta.

Sono passati circa cinque anni. La passione non si era mai spenta e ci siamo detti tante volte che avremmo voluto riprendere ad arrampicare.

Appena trasferiti qui, a San Francisco, abbiamo trovato un posto vicino casa che definirei come il paradiso dello scalatore.

Un grandissimo hangar, tappezzato di pareti con percorsi di ogni livello.

Però tra il trasferimento, la figlia, la gravidanza e i tentativi di ambientarci, non avevamo ancora avuto modo di avventurarci tra quei muri colorati e sbilenchi.

Fino ad oggi.

Pesata la figlia grande e constatato che avrebbe potuto arrampicare, ci siamo infatti diretti "come un sol uomo" al paradiso dello scalatore.
"Corri, vesti la figlia" - "prendi l'acqua" - "vai avanti con la bici, noi arriviamo fra pochissimo". E via, verso la tortura delle falangette.

Oltre ad aver scoperto che la figlia trova questo sport piuttosto divertente, ci siamo trovati noi due, a condividere di nuovo queste vibrazioni positive, questo senso di completezza e soddisfazione.

E in pochi minuti ci siamo trasformati nella famiglia che arrampica.

A fine giornata, per la prima volta dopo cinque anni, ci siamo resi conto che le nostre belle sensazioni non solo sono tornate a fior di pelle, come una leggera brezza estiva, ma che si sono meravigliosamente amplificate attraverso quel mucchietto di entusiasmo di nostra figlia.

E chi l'avrebbe mai detto.

"Se prima eravamo in due a ballare l'hully gully, adesso siamo in tre a ballare l'hully gully"






martedì 2 giugno 2015

Le lunghe passeggiate nei boschi

Ogni mattino, dopo aver lasciato la figlietta all'asilo nel bosco, mi concedo un'oretta di passeggio tra i profumi dei pini e dei cipressi.

E non solo...


Speriamo di non incontrarlo proprio oggi!
... Ancora devo riprendermi dalla vista dell'orso a Tahoe!

Trova l'intruso