martedì 13 maggio 2014

Qualche foto, qualche storia

L'anno scorso eravamo a Londra quando abbiamo letto del terribile incendio californiano che ha devastato più di 700 km quadrati di foresta, partito dalla Stanislaus National Forest ed arrivato fino a Yosemite Park.
Devo dire che fa impressione vedere questo paesaggio lunare, scolorito, silenzioso.
Anche se gli incendi (pare) siano necessari a questo ecosistema, quello dell'anno scorso è andato decisamente oltre ed ha lasciato un segno che purtroppo si perde a vista d'occhio



Poi però, entrando nel parco si raggiungono paesaggi alpini (o sardi?) come quello intorno alla diga che racchiude la principale riserva d'acqua di San Francisco.







E dove la figlia, con le sue immancabili scarpette argentate può fare la free climber su queste favolose pareti di roccia granitica.


venerdì 9 maggio 2014

Verso Yosemite

Siamo in viaggio per Yosemite, uno dei parchi naturali più belli della California.
Abbiamo decisamente bisogno di qualche giorno di riposo, tanto per evitare di fare la fine di Michael Douglas in "Un giorno di ordinaria follia".

"Partenza ore 10 in punto, non voglio fare tardi" ha annunciato il marito ieri sera, con tono serio e anche un po' minaccioso. 
Ore 11.30 ancora stavamo col salotto esploso, una scarpa e una ciavatta, come si dice a Roma.
"Hai portato l'antistaminico? Gli occhiali? La figlia s'è pisciata sotto porca miseria".

Ore 14.15 siamo in macchina, muniti di tutte le schifezze che un autogrill americano di tutto rispetto deve avere: pop corn al burro, frappuccino, latte e cacao. 
I sensi di colpa odorano di bacon, ma ci pensiamo a fine vacanza a dargli una pulita.

Sulla strada per il parco oltre a dover spiegare alla figlia che gli orsi sono una cosa diversa da "horsy" (cavallino), abbiamo incontrato paesaggi molto diversi e molto simili a quelli italiani.
Con l'unica differenza che qui lungo la via, s'incontrano camion delle dimensioni di una palazzina di Testaccio.

Preparo la camera. Voglio fermare il tempo in mezzo a queste colline toscane, queste strade sarde, questi pini dolomitici.
Ah, che bella l'Italia...
Ma anche l'America ragazzi, non scherza!







giovedì 8 maggio 2014

Una piccola blogger

"Buonasera, io invece mi chiamo Elena, sono una perfetta sconosciuta e una comunissima mortale"

È cominciato così il mio incontro con Beppe Severgnini, questa sera al Jewish Community Center di San Francisco dove si svolgeva l'incontro dal titolo:" Italians and Americans: how we see each other".

Complimenti per l'entusiasmo, direte voi.

Eh, vorrei vedere voi a presentarvi dopo un professore di Stanford che lo invita in aula il giorno successivo ed un signore tutto distinto in doppio petto che gli ricorda del capodanno passato insieme alla sorella, professoressa alla Bocconi ed ex caporedattrice di un famosissimo quotidiano italiano (perché ora sarà Magnifico Rettore? Direttrice Editoriale?).
Io, man mano che mi avvicinavo e coglievo le conversazioni tra lui e questi personaggi i cui i titoli precedevano in pompa magna e fanfara nomi e cognomi, mi sono fatta piccola.
Ma proprio piccola.
Una piccola blogger.

Dietro di me, uno sciame di gente con il suo ultimo libro in mano, pronti a strappare un autografo da collezione. Ma soprattutto pronti a schiacciarmi pur di raggiungere il buon Beppe, che con tutto il rispetto, non è che sia proprio l'uomo per cui rischierei la vita.

Quindi, per ricapitolare: professore di Stanford ore 2, vecchia conoscenza in doppiopetto ore 10, branco di lupi alle spalle.

Va da sè che l'introduzione #facciolasimpatica per #sdrammatizzare fosse necessaria.

Non vi voglio tediare con la breve, brevissima conversazione avuta con Beppe subito dopo.
Non credo neanche si possa definire conversazione.
Sò solo che uno zombie alla mia destra, ha subito infilato libro e penna  e l'attenzione da 10 è scesa a 2 e io in pochi istanti mi sono trovata a puntare il prosecco e i cannoli siciliani al tavolo del buffet.

Cosí, con le guance piene e un bicchiere di buon prosecco in mano ho ripensato alla bella serata.

Beppe Severgnini è una penna astuta, divertente, critica ma stimolante. Le sue riflessioni sulla cultura inglese e quella americana, messe a confronto con quella italiana, sono sempre centrate e molto spesso,  ci scappa una risatina complice e liberatoria.

I suoi libri, le sue colonne sugli editoriali, le sue parole, i suoi racconti, sono importanti, perché cavalcano la cultura italiana e la società contemporanea dello stivale.
Imbrigliano modi di fare, modi di dire, modi di pensare tipici del nostro Paese, che è così variegato, ma in fondo così unito.

E se è vero quel che dice, cioè che abbiamo "cappucinizzato il pianeta" e che negli aeroporti, all'alba, sembriamo una nazione ordinata, non posso che pensare al nuovo ordine antropologico di questo mondo, fatto di gente che va, che viene, che scappa, che torna, che impara una nuova lingua, che scorda la lingua madre, che esporta ricette, canzoni e modi di fare e importa sentimenti, atteggiamenti, religioni e convinzioni.

Proprio come noi (io, il marito e la figlia), che abbiamo esportato la piadina, che diciamo "Sorry" e che impariamo a fare le cup cakes.

Te lo dico pian piano, cosa porto con me.