giovedì 17 dicembre 2015

Attenti agli orsi - ancora Yosemite

Non è facile descrivere la bellezza del parco di Yosemite.

Durante la nostra permanenza in California l'abbiamo visitato sia d'estate che d'inverno e benchè lo scenario cambi parecchio, l'atmosfera è sempre la stessa: suggestiva, fiabesca.

Il Parco si estende per circa 3.000 km² , ma di questi, solo 18 vengono generalmente calpestati permanentemente dai visitatori e rappresentano la parte della valle in cui fioriscono i lodge ed alcune costruzioni storiche che offrono alloggio ai turisti.

Per il resto, il Parco offre splendidi sentieri, più o meno faticosi, più o meno lunghi ed alcune delle meraviglie naturali più spettacolari al mondo, tanto da farne patrimonio dell'Umanità fin dal 1984.

Tra questi l'Half Dome, la roccia granitica più grande al mondo, le Yosemite Falls che raggiungono 730 metri di altezza e il Grizzly Giant, una sequoia alta più di 63 metri.

Prima di trasferirci qui in California, avevamo visitato questo parco già in viaggio di nozze.
Ricordo ancora quel misto di stupore e spauracchio a leggere tutti gli avvertimenti sugli orsi:

- non lasciate cibo in macchina - gli orsi la apriranno come una scatoletta di tonno
- non lasciate oggetti profumati o maleodoranti in macchina -  gli orsi la apriranno come una scatoletta di tonno
- non lasciate seggiolini per bambini in macchina - gli orsi la apriranno come una scatoletta di tonno

A questi avvertimenti seguivano e seguono tutt'oggi foto e video di orsi che appunto aprono gli sportelli della macchina come fossero scatolette di tonno. La lamiera: un burro.

Per questo motivo la piccola valle turistica è tempestata di gabbiotti di sicurezza dove riporre gli oggetti, il cibo e qualunque altra leccornia attira-orsi, che a quanto pare hanno un olfatto un tantino sviluppato (il panino col prosciutto dimenticato in macchina lo sentono anche a 3 km di distanza).

La prima volta devo dire la cosa mi aveva abbastanza impressionata e calcolando che avevamo dormito in una tenda ... insomma, non è che avessimo dormito proprio un sonno profondo.
Ricordo che avevo messo nel cabinotto un po' di tutto, dal dentifricio al calzino di fine giornata.
E ricordo anche che durante la notte avevo sentito ululare un branco di coyote e la cosa mi aveva impressionata - se possibile, ancora di più.

Stavolta, dopo 2 anni di California, e una serie interminabile di incontri ravvicinati (in ordine di grandezza) quali: orso, coyote, falco e procione, devo dire l'impatto è stato più lieve.

E anche l'incontro col coyote in mezzo alla neve mentre raggiungevo col passeggino il marito e la figlia numero uno, si mi ha dato una buona scarica di adrenalina, ma tutto sommato mi è sembrata quasi una normalità.

Questa volta però Yosemite ci è rimasta nel cuore per un paio di motivi, o forse tre.
Il primo è che l'abbiamo visitata con degli amici. E si sà, in compagnia tutto (o quasi) è più bello.

Il secondo è che la figlia grande è stata battezzata sulle piste da sci a suon di French fries (sci paralleli) e pizza (spazzaneve).

E infine perché abbiamo fatto una splendida passeggiata, nel silenzio del gelo, sotto i fiocchi di neve, in mezzo ai redwood giganti, fino alle Yosemite Falls. Immense e maestose.

Immergersi nella natura cosí incontaminata è una benedizione e sono felice che la mia famiglia stia crescendo così, a colpi di zaino e scarponcino, nel rispetto più assoluto di questa terra così meravigliosamente perfetta.

"Bye bye Forest" -  ha susurrato la figlia grande quando abbiamo messo i bagagli in macchina per tornare a casa.
"Bye bye Forest" le abbiamo fatto eco io e il marito.

A presto, speriamo.

La neve


Le Yosemite Falls






Le rocce granitiche


Una foto dello scorso anno, d'estate: una sequoia gigante caduta a terra


La figlia e la sequoia 







  

martedì 1 dicembre 2015

Il freddo e i riscaldamenti

Sono giornate intense quelle che stiamo trascorrendo in questo rush finale del 2015.

Il freddo tutto d'un tratto ha attanagliato la penisola e senza far troppe storie le mie ragazze hanno cominciato ad indossare il cappello, tenendolo ben bene aderente sopra le orecchie pur di non soffrire quella terribile sensazione  del "omioddio ora mi cascano. Una buca e mi cascano".
Lo leggo anche negli occhioni della piccola che fra poco farà 10 mesi:
"Mamma che freddo. Io me ne resto qui, in questa sediolina da trasporto, sotto questo multistrato di coperte, biscotti, briciole e peluches."

Lo sò, nell'immaginario collettivo, la California è un paese caldo e accogliente, dove le palme alte e sottili sembrano voler spolverare il cielo e dove la maglietta a maniche corte e il bermudino diventano parte integrante del paesaggio.

Ebbene no. Sappiate che in questo caso, state immaginando Los Angeles e i suoi dintorni, mentre tutta quella fetta di regione che si estende più a nord e decisamente sulla costa, intorno a dicembre è senza dubbio fredda. Molto fredda.
Cappello, guanti, scarpe e cappotto invernali prendono il posto delle infradito.

Parliamoci chiaro: sotto Natale un po' di freddino non guasta. Fa anche piacere sedersi un po' sul divano attorcigliati in una coperta calda bevendo un buon tè.

Non fosse per questi riscaldamenti cosí fastidiosi...
Perchè qui non esistono termosifoni.

Le case si scaldano con getti di aria calda distribuiti attraverso grate più o meno grandi posizionate ad altezza caviglia e sparse per tutta casa.
Ogni volta che parte il riscaldamento sembra di trovarsi alla fine del ciclo di un autolavaggio, quando si attivano in pompa magna quei sei o sette getti di aria che ti asciugano l'automobile in una manciata di secondi.

Chiudendo gli occhi e usando molta, moltissima immaginazione, si può anche far finta di stare sotto ad una cascata. Una cascata di dimensioni apocalittiche.

Parlarsi diventa faticoso, perciò di solito in quei 2 o 3 minuti di frullo cosmico, si tende al rispettoso silenzio, al termine del quale, la casa è bollente, ma solo per qualche minuto.
La rapidità con cui l'aria scalda casa, è anche la stessa con cui, una volta fermatisi i getti, la temperatura scende, facendo riattivare il malefico frullino senza tregua alcuna, nè per lui, nè per noi.

La scorsa notte, con la temperatura scesa intorno ai 3 gradi, il riscaldamento si è acceso con precisione svizzera ogni 15 minuti.
Un viaggio in traghetto con il letto nella sala motori probabilmente sarebbe stato più tranquillo.

Ma che ci volete fare, that's America!
E per fortuna l'inverno da queste parti non dura molto.



La figlia piccola, imbacuccata, in altalena

domenica 15 novembre 2015

Il tramonto

Quando sono molto stanca e ho bisogno di ritrovare un po' di pace, corro qui, al Presidio. 

A pochi minuti da casa abbiamo questo paradiso, dove di giorno, guardando a terra si vedono colibrí, picchi blu e falchetti, mentre girandosi in direzione dell'oceano è facile scorgere leoni marini, delfini e pellicani. 

Un angolo di paradiso che ti penetra nell'anima attraverso i profumi intensi e quasi aciduli dei cipressi, mentre il rumore delle onde ti libera la mente. 

Bastano davvero pochi minuti davanti a questa immensità, per tornare in pace con il mondo e ritrovare il sorriso.

Forse un po', questa connessione forte con la natura mi ricorda la Sardegna, la terra che mi ha cresciuta e che ancora oggi mi regala tanto amore, ogni volta che torno a trovarla.

Forse questi tramonti li ho visti cosí rossi e brucianti e infinitamente perfetti anche ad Ostia.

È un quadro incantevole.
Scatto un paio di foto e metto via di corsa il telefono per godermelo.
E mi prometto di tornare qui più spesso, magari con il marito e le ragazze.

Come diceva uno dei miei migliori amici, quando si andava tutti in campeggio al mare e si avvicinava l'ora del tramonto:

"Daje regà che comincia il film!"






sabato 14 novembre 2015

Il peso delle parole

Sono qui stasera, sulla mia poltrona a dondolo, gli occhi fissi sullo schermo a cercare notizie, più notizie, a conferma di quanto di terribile e vergognoso è accaduto stasera a Parigi.

Le bambine sono a letto, fuori tutto è silenzioso.
La babysitter sud americana che di tanto in tanto ci aiuta, stasera mi ha detto di aver letto a proposito dei fatti di Parigi:"Es muy triste Senora".

Anche qui, nonostante la distanza enorme che ci divide dall'Europa, si sente forte il trauma inflitto dal terrorismo.

Cosí, navigando in rete, su Facebook, ho trovato commenti di ogni tipo.
In molti si scagliano contro l'Islam, in molti contro l'America colpevole di aver creato questo stato di guerra. E' una rete pervasa da pressappochismo, tuttavia è anche una rete unita nel lutto.

Io, in questo breve post, non voglio fare analisi geo politiche né tantomeno schierarmi con alcuna bandiera.

L'unica riflessione,  profonda e rispettosa che faccio, è per il sangue innocente versato.
Che non ha bandiera, non ha colpa.

Penso alla parola "guerra". Penso alla parola "paura".

Parole oggi cadute (di nuovo) sonoramente sulle terre d'Occidente, catapultate da paesi che sembrano essere così  lontani, ma che poi forse così lontani non sono.
Parole pesanti come il piombo, dure come l'acciaio, fredde come il marmo.

E poi penso alla parola "pace".

Una parola troppo leggera, troppo impalpabile, troppo pallida, di questi tempi.

Una parola che vola sempre più in alto, ogni volta che tentiamo di ricordarla solo dopo un attentato.

Dovremmo cominciare a farla nostra, di più. Ricostruirla, riempirla di buon senso e ancorarla al nostro credo.
Dovremmo cementificarla nel cuore, nella testa, perché ne abbiamo bisogno e ne abbiamo bisogno più di ogni maledetto grido di vendetta.

Stasera questo, porto con me.

Un senso di lutto.
Il peso delle parole.

Amen.




domenica 25 ottobre 2015

Come fossi americana.

Ci siamo, è quasi Halloween.

E Halloween in America, si festeggia seriamente.
Già all'inizio del mese si cominciano ad intravedere le prime decorazioni: qualche ragno gigante appeso alle finestre, piccole lapidi nei giardini, scheletri alle porte... fino a che, qualche giorno prima della notte del terrore, la maggior parte delle abitazioni sfoggia lugubrate di ogni genere, dai teschi alle mani mozzate che sbucano a fianco delle begonie. 
Un non sò che di buffo misto a terrificante, che in America, non dimenticate, viene realizzato senza mezze misure.
Tipo che il ragno gigante alla finestra è davvero un metro per due. E cosí via dicendo.



Quest'anno, che sappiamo a cosa andiamo incontro, ci stiamo preparando come si deve. 

A partire dalle zucche.
Proprio oggi siamo andati a nord, a Petaluma, a raccoglierne qualcuna.
Sono i cosiddetti pumpkin patch, i campi di zucche, dove si va a scegliere con cura le zucche da intagliare rigorosamente il giorno di Halloween.

Cosí siamo andati al Peter Pumpkin Patch di Petaluma, con un paio di compagni di asilo della figlietta e ci siamo goduti una giornata alla fattoria, con mucche da mungere, vitellini e conigli da accarezzare, musica country dal vivo e ovviamente carriole da spingere. 

Non sò come spiegarlo a parole, ma ad ogni passo in cui sollevavo polvere e fieno, mentre gli occhi si perdevano sui colli distanti, gialli e croccanti e la testa era pervasa dalle note allegre del violinista, per un attimo mi sono sentita perfettamente a mio agio, come fossi stata qui da sempre.
Come fossi americana.

E mi è scappato un sorriso, perchè questo vuol dire che ho imparato ad ascoltare questo posto, senza giudicare.

Ora però, credo sia il caso di imparare ad intagliare le zucche. Manca solo una settimana!
Boooooo!





E poi c'è chi, raccolte le zucche, va a fare surf. La California è anche questo!


martedì 6 ottobre 2015

Il sistema sanitario - capitolo secondo

Come promesso ecco qui un altro post retroattivo, ma che era lí che mi aspettava da quasi otto mesi, i mesi di vita della mia seconda figlia.

Perchè chi l'avrebbe detto che avrei avuto una seconda figlia a San Francisco?
Anche se per la verità, sarebbe il caso di fare un passo indietro e formulare un'altra domanda, cioè:

chi l'avrebbe detto che avrei avuto la mia prima figlia a Londra?

Ora, qualcuno ci scherza sopra e ci dice "basta trasferimenti eh?" perché effettivamente entrambe le figlie sono state concepite a quattro mesi dall'arrivo in terra straniera.

Si, esatto. Proprio quando hai ancora casa sommersa dagli scatoloni e ti rivolgi a tutti i santi chiedendo chi di loro te l'abbia fatto fare, di prendere e andare a vivere a una manciata di migliaia di chilometri da casa tua.

Comunque...si vede che il disordine ci rilassa.

Quindi, per tornare al primo parto, avvenuto dopo circa 36 ore di travaglio all'ospedale di Chelsea and Westminster a Fulham, con tanto di numerosa equipe di midwives ed uno studente in medicina che all'unisono ripetevano "Push! Push!", possiamo dire che è stato un bel colpo di scena nella mia vita ed in quella del marito.

Devo dire che nonostante le ondate di ormoni che regalano pugnalate di sentimenti contrastanti esattamente nello stesso istante, facendo di te il più grande bipolare della storia dell'umanità, ho mostrato grande coraggio e adattamento lungo tutto il tondeggiante percorso che mi ha portato a diventare mamma, sia in Inghilterra che in California.

Durante l'ultimo trimestre della prima gravidanza, ricordo, mi ero iscritta a un corso di "prenatal yoga", pratica fondamentale per tenere a bada i vari doloretti che prendono il sopravvento con l'aumentare dei chili.
E visto che dagli 11 chili della prima gravidanza sono passata a 18 con la seconda, va da sé che il corso in America è cominciato molto prima.

In generale, quando ripenso a Londra, non posso non considerare che all'epoca ero una neo-emigrata.
Non solo stavo affrontando la faticosa fase di adattamento con cui tutti gli emigrati devono fare i conti, ma lo ho fatto con l'ormone Beta HCG a palla.
E devo dire che allacciare il mio destino alla cintura di sicurezza del sistema pubblico sanitario e di assistenza pre e post parto (si, come quello italiano, che però non funziona), della capitale British, si è rivelata una scelta eccellente.

Mi sono sentita prendere per mano in questo percorso cieco e meraviglioso che è la maternità.
Visite a casa, libri, corsi, incontri con altre mamme e molte altre attività offerte gratuitamente, hanno riempito in breve la mia nuova vita e presto ho imparato a gestire questa creaturina, facendo della mia vita, la nostra vita.
È per questo che dico sempre che a Londra non è nata solo mia figlia.
A Londra sono nata anche io/mamma.
E questo mi rimarrà per sempre impresso dentro.

Quando a San Francisco mi sono trovata fra le mani uno stick positivo, mi è venuto quasi da ridere.
Insomma, prima figlia a Londra - e chi l'avrebbe mai detto, seconda figlia a San Francisco?

Ancora faccio fatica a crederlo.

Comunque, una volta elaborata la notizia sia io che il marito, ci siamo trovati immersi nel sistema sanitario americano, che come molti di voi sanno, è rigorosamente privato.
E devo dire che la questione non è stata affatto facile. Anzi.

Se a Londra mi sono sentita prendere per mano, a San Francisco mi è sembrato che la mano fosse ben nascosta.

Così è cominciato il percorso ad ostacoli: trova il dottore, trova l'ospedale.
E come li trovo?
Usa "Yelp" mi dicono a un playground dove porto la figlia a giocare.
"Yelp?"
"E non potete dirmi dove andate voi?"
...ingenua.
Davvero devo andare su un sito dove si raccolgono le opinioni sulla qualunque per trovare un buon medico e capire dove partorire la creatura?
Si. Ve lo dico io, si.
Ma non basta.
Una volta trovato il medico e l'ospedale, è necessario controllare che siano coperti dalla propria assicurazione sanitaria per non incorrere in conti stratosferici.

Terminata la ricerca, bisogna effettuare la registrazione, fornendo tutti i dati personali e della propria assicurazione alla struttura di riferimento. Fatto questo, potremmo dire che tutto quello che viene dopo è una passeggiata.

Ma non lo dirò.

Perché comunque è fondamentale tenere sott'occhio gli esami a cui si viene sottoposti ed eventualmente consultare l' assicurazione per essere sicuri di essere coperti e infine tenere sotto controllo le ricevute dei pagamenti che arrivano (in parte si è coperti dall'assicurazione ed in parte si paga di tasca propria anche con le migliori assicurazioni).

Quindi per ricapitolare:
1) Usare Yelp
2) Chiamare l'assicurazione
3) Effettuare la registrazione
4) Fare il doppio controllo con l'assicurazione prima di essere sottoposti ad analisi e controlli per non incorrere in bollette stellari
5) Controllare i conti finali

Facile no?
Ma almeno stavolta il travaglio è stato davvero facile: la secondogenita è nata dopo sole 5 ore all'ospedale CPMC California Campus, a cui sono seguiti 3 giorni di ospedale/hotel di lusso, che ho decisamente apprezzato.

A casa tuttavia è arrivato un conto di 500 dollari. Il minimo di co-pay che ci si trova a pagare in questi casi.
E ogni volta che vado ad un incontro per mamme devo tirar fuori 5 dollari.
Per non parlare della consulente in allattamento che ho deciso di non chiamare: 300 dollari.

Per concludere, posso dire che di tante cose che sto apprezzando in California una, la sanità, proprio non la digerisco.

Anche se forse sarebbe meglio farla andar giù.
Che chissà quanto costa la visita.




sabato 12 settembre 2015

Lullaby

La prima notte che abbiamo dormito qui in Outer Richmond, a San Francisco, eravamo accampati in una delle stanze, con un letto gonfiabile da campeggio.

Avevo fatto il possibile per farci stare comodi, in attesa del container con tutti i nostri mobili:
la figlia grande dormiva su un letto singolo di tutto rispetto, comprato da Ikea e montato dal marito in una manciata di minuti.
Noi, per terra, in modalità camping, ma con lenzuola e coperte effetto hotel di lusso: morbide e accoglienti.

Messa a dormire la figlia, io e il marito abbiamo mollato un attimo la tensione (del trasferimento dall'airb&b dove siamo stati un paio di mesi, alla casa definitiva) e ci siamo abbandonati sul materasso in modalità vacanziera.
Ricordo che proprio lí, in quei minuti di totale silenzio, ho ascoltato per la prima volta le sirene del Golden Gate Bridge, avvisare tutti della nebbia che entra nella baia.

Ora, a parte il fatto che prima di capire che si trattava delle sirene per la nebbia, mi sono chiesta per un'oretta abbondante chi fosse quel malato di mente che suonava sempre le stesse due note con l'organo alle 10 di sera (e ringrazio il marito per avermi illuminato placando l'odio per questo musicista schizzofrenico inesistente), vorrei dedicare qualche riga alla nebbia di San Francisco.

Karl the Fog, cosí la chiamano qui, non ha nulla a che vedere con la nebbia della nostra pianura padana.
Karl the Fog, è un evento caratteristico di qui, che interessa in linea di massima solo metà della città e che oggi, dopo 3 anni abbondanti di siccità, permette ai bellissimi parchi di questa città, di sopravvivere.

Non voglio tediarvi con le spiegazioni meteorologiche e biomarine, che rendono la ricorrenza dell'evento una questione logica, anche perché come le ho apprese le ho rimosse, ma voglio farvi un riassunto grezzo, se vogliamo anche abbastanza minimalista, ma spero chiaro e meno fuorviante del musicista schizofrenico di cui sopra.

In pratica, per via delle alte temperature nell'entroterra, delle fredde temperature dell'oceano e della conformazione geografica della penisola, si forma questa bianca, soffice e velocissima nebbia, che quatta quatta si appoggia sulla costa, infilandosi nell'unico spiraglio di accesso alla baia, che è incorniciato dal Golden Gate Bridge.

Per via appunto della conformazione geografica della città (ricordate le famose colline di San Francisco) e del cambio della temperatura nel corso della giornata, la nebbia avanza ma solo fino ad un certo punto.
In pratica, se a casa nostra c'è la nebbia, dieci strade più giù, la nebbia non c'è più (e ho fatto anche la rima).

Una roba formidabile se ci pensate.
Un essere vivente a tutti gli effetti, che con regolarità viene a rinfrescare i cipressi e le sequoie, regalando un fresco piacevolissimo, soprattutto quando dall'altra parte, nella baia, la colonnina di mercurio va sopra i 30 gradi.

Il rovescio della medaglia è un vento fortissimo che in genere si alza il pomeriggio quando la nebbia si è ritirata e tu stai lí, con la sdraietta sotto braccio e la limonata alla mano, pronto a goderti quei dieci minuti di gloria sotto il sole, tra i colibrì e i fiori di lavanda.
Che invece si trasformano in un paio di minuti di gloriose smoccolate mentre cerchi di fermare col piede il tovagliolo che vola e con la mano il ciuffo di capelli sugli occhi.

Si, insomma, nebbia e vento sono davvero caratteristici di qua e anche se ho fatto diverse foto e parecchi filmini, ho trovato un video su Youtube che forse meglio di tutti rende l'idea.

Lo carico ora, intanto che il ponte ci canta la ninna nanna.

E buonanotte ai suonatori.

Karl the Fog

The Lullaby


Una foto scattata con il mio telefono, mentre al mare Karl si è affacciato cosí,
da un momento all'altro, facendo cantare subito il ponte.




mercoledì 19 agosto 2015

Il baule e il carnevale. Storie retroattive e riflessioni estive

La confusione che ti assale quando torni in Italia è un evergreen di noi emigrati.
Il cambio di fuso orario, di abitudini, di clima e le forti emozioni che si scatenano, sono difficili da gestire i primi giorni.

Ed è passata cosí, la prima settimana in Sardegna, tra un tuffo e un pensiero, una risata e una "rimuginata".
Il bello di essere circondati dai parenti e l'ansia di dover fare il pieno, perchè poi passeranno altri mesi prima di rivedersi.
 Scrivo oggi, un post con valore retroattivo (ne ho almeno un altro paio da scrivere), perchè non posso lasciare in sospeso i pensieri di 3 settimane calde e saline, soprattutto perchè questa è stata la prima vera "estate" per la figlia grande.

Una di quelle estati che spero le resti nel cuore, tra gatti che ha strapazzato, gelati che ha mangiato, tuffi che ha avvitato e giostre che ha consumato.

Le giornate sono passate calde ma piacevoli anche se le cicale ci hanno quasi stordito.
Per la prima volta da quando abbiamo lasciato l'Italia, sentir parlare italiano tutt'intorno, è sembrato una stranezza più che un sollievo.
Questo particolare mi ha svelato il peso e la misura del nostro essere emigrati.
Anche se il colpo di grazia me l'ha dato un inaspettato "Attenta, l'acqua è fvedda" che ho pronunciato tipo Dan Peterson ai tempi d'oro del tè Lipton.

Oramai l'Italia la viviamo come una bolla piena di ricordi, profumi e sapori senza tempo. O forse di un tempo passato e sospeso. Quasi una vita precedente, da cui ci siamo allontanati e a cui rimaniamo  legati.

Cosí a volte mi fermo e mi ricordo che l'Italia di noi emigrati, vicini o lontani, è un paese meraviglioso. Un baule pieno di ricordi. Un carnevale di memorie. Un concerto di emozioni. 
E che in barba alle prime pagine, ai casamonica, agli scandali di partito, alle emergenze di territorio, noi il nostro Paese lo amiamo. 

E ce lo portiamo con noi. Into 'o core.













martedì 18 agosto 2015

Come John Wayne

A San Francisco una cosa è certa: ci sono più cani che vele in mare.

La figlia grande ha un debole per queste pallette di pelo e quando siamo a spasso nei parchi (cioè sempre), non fa altro che fermare i padroni e chiedere se può accarezzarli.
Io, che già vedo per lei un futuro alla Peta o una brillante carriera come veterinaria/biologa, mi ritrovo regolarmente a mediare e a trascinarla via tra singhiozzi e gesti di stizza, per salvare la vita ai poveri quadrupedi malcapitati.

Oggi però, abbiamo incontrato una signora davvero gentile che non solo le ha fatto accarezzare Cassie, il suo batuffolo di pelo, ma le ha anche consegnato il guinzaglio, chiedendole di accompagnare la piccola riccioluta a bere nella dog area alla fine del parco.

La figlia, visibilmente colpita da questo gesto, ha fatto suo il guinzaglio e un po' come John Wayne con il suo inseparabile cavallo, ha accompagnato Cassie alle ciotole dell'acqua.
L'esperienza è stata cosí forte che pare che stasera l'abbia raccontata in fin di veglia al padre, per poi crollare travolta dalle troppe emozioni.

Io, che sempre più spesso mi chiedo come potró supportarla al meglio nella sua crescita, al netto dei guinzagli voglio ricordarmi che a volte basta osservare e fare spazio proprio ad esperienze come questa.
Che in sordina entrano nel cuore e magari domani ti guidano nelle scelte.

Cosí, semplicemente.


La figlia e Cassie al Mountain Lake Park



"A Tiger Slug" - l'amore per gli animali va oltre alle 4 zampe. La figlia offre un fiore a una lumaca!



venerdì 19 giugno 2015

Il freno a mano

Non sò se sia stata la stanchezza, la distrazione, la fretta o l'età che avanza e alcuni neuroni non le stanno più dietro, ma oggi, sono entrata in garage, senza aprire la porta del garage.

No, non sono una maga.
Sono solo la proprietaria di una macchina di ultima generazione, tutta automatica, col freno a mano a pulsante (a pulsante? Davvero? Nella città con il più alto numero di partenze in salita del pianeta?) con un portabagagli decisamente solido e da domani, con un conto in banca più leggero, perchè si sà, qui costa tutto troppo. E da sola, la porta del garage in legno con le finestre in vetro, non la sò riparare.

La dinamica è stata abbastanza semplice e anche se il marito l'ha inquadrata allegramente come un tipico caso di "moglie al volante", io ho voluto darmi una spiegazione in più.

Come quasi tutte le case di San Francisco, la nostra ha un garage a cui si accede tramite una piccola discesa sppena sotto l'ingresso proncipale.

Noi spesso, anzi quasi sempre, lasciamo la macchina parcheggiata proprio lí, per comodità. 

La nostra casina...


Oggi, corri corri, sbrigati che è tardi, metti la marcia, leva il freno a mano, leva la marcia, leva il freno a mano e voooom!
Ho premuto il piede sull'acceleratore a vuoto. Cosí a vuoto che il motore ha urlato di dolore.
Ho sentito la macchina scivolare fuori controllo per poi stamparsi pesantemente contro la porta del garage, facendo sonoramente esplodere un vetro.
Si, insomma.. Sono praticamente entrata in garage a porta chiusa.

Ricostruendo l'accaduto, mi sono resa conto che devo avere inavvertitamente spostato la marcia su "N", "neutral".

Per farla breve: stavo a folle.
Col piede a tavoletta che manco Ayrton Senna ai tempi illustri dei mondiali di F1.

Vi allego una foto della porta del garage.
E vi lascio immaginare la mia faccia al momento dell'impatto.

E buonanotte a tutti!


domenica 7 giugno 2015

L' Hully Gully

Erano circa cinque anni che non andavamo ad arrampicare.

Si perché io e il marito, prima di avere la prima figlia, prima di andare a Londra, prima insomma di pensare di cambiare vita, andavamo ad arrampicare in un posto non molto lontano da casa, a Roma.

Un posto molto carino, dove i proprietari ci avevano insegnato ad apprezzare questo sport, così solitario e profondo. Così silenzioso e intenso.

Uno sport che ti insegna a fare i conti con te stesso, con il tuo senso del limite e della pazienza.
Uno sport che abbiamo condiviso fin da subito, come molte altre passioni, sbocciate, coltivate e vissute in due. Io e il marito. La mia "better half" come si dice dalle parti della regina.

Ora, parliamoci chiaro: non è che fossimo i Messner di Roma, anzi..a metà percorso con cadenza svizzera, le mie falangette si chiudevano come un anemone di mare o una pianta carnivora una volta addescata la preda.

E in genere alla paresi delle mani seguiva un urlo di dolore "Scendo!" a cui il marito faceva seguito accompagnando la discesa con la fune (la cima?) di sicurezza.
Qui si dice "rope" e ora davvero non sò quale sia il termine esatto italiano.

Il marito invece, decisamente più resistente, andava sù, terminava il suo percorso e poi veloce scendeva per tornare ad assistermi nel mio purgatorio di tentativi per raggiungere la vetta.

Sono passati circa cinque anni. La passione non si era mai spenta e ci siamo detti tante volte che avremmo voluto riprendere ad arrampicare.

Appena trasferiti qui, a San Francisco, abbiamo trovato un posto vicino casa che definirei come il paradiso dello scalatore.

Un grandissimo hangar, tappezzato di pareti con percorsi di ogni livello.

Però tra il trasferimento, la figlia, la gravidanza e i tentativi di ambientarci, non avevamo ancora avuto modo di avventurarci tra quei muri colorati e sbilenchi.

Fino ad oggi.

Pesata la figlia grande e constatato che avrebbe potuto arrampicare, ci siamo infatti diretti "come un sol uomo" al paradiso dello scalatore.
"Corri, vesti la figlia" - "prendi l'acqua" - "vai avanti con la bici, noi arriviamo fra pochissimo". E via, verso la tortura delle falangette.

Oltre ad aver scoperto che la figlia trova questo sport piuttosto divertente, ci siamo trovati noi due, a condividere di nuovo queste vibrazioni positive, questo senso di completezza e soddisfazione.

E in pochi minuti ci siamo trasformati nella famiglia che arrampica.

A fine giornata, per la prima volta dopo cinque anni, ci siamo resi conto che le nostre belle sensazioni non solo sono tornate a fior di pelle, come una leggera brezza estiva, ma che si sono meravigliosamente amplificate attraverso quel mucchietto di entusiasmo di nostra figlia.

E chi l'avrebbe mai detto.

"Se prima eravamo in due a ballare l'hully gully, adesso siamo in tre a ballare l'hully gully"






martedì 2 giugno 2015

Le lunghe passeggiate nei boschi

Ogni mattino, dopo aver lasciato la figlietta all'asilo nel bosco, mi concedo un'oretta di passeggio tra i profumi dei pini e dei cipressi.

E non solo...


Speriamo di non incontrarlo proprio oggi!
... Ancora devo riprendermi dalla vista dell'orso a Tahoe!

Trova l'intruso


venerdì 29 maggio 2015

Lucy and Daisy

Tre anni per un bambino vogliono dire voli pindarici e volteggi acrobatici nel mondo dell'immaginazione.
"Let's pretend" si dice qui.

Io ricordo che immaginavo di avere il mio cavallo, tutto mio. A casa.
Un sogno - neanche troppo segreto, nel cassetto.
Lo immaginavo cosí bene che una volta andai dalla mia migliore amica, Camilla, la mia compagna di giochi di sempre, per convincerla che avevo un cavallo a casa.

Lei stupita volle seguirmi per poi scoprire che il cavallo altro non era che un pezzetto di muro all'ingresso di casa dei miei genitori.
Eppure quel muretto per me nitriva e aveva una criniera foltissima.
E galoppava più veloce di Furia cavallo del West.
Beata gioventù.

La maestra della figlia grande ha due cagnoline: Daisy e Lucy.
Due labrador per la precisione.
Di tanto in tanto, lascia che bambini ci giochino, o addirittura all'ora del pranzo, possono aiutarla a turno a preparare le ciotole (l'asilo si trova al pian terreno dell'immensa casa della teacher Cindy).

Ora, fin qui tutto bene, non fosse che da qualche giorno a questa parte Daisy e Lucy si sono trasferite anche a casa nostra, grazie alla fervida immaginazione della figlia.
Cosí mi ritrovo a prenderle per il collare per accompagnarle fuori casa, o a fare fantomatici "pat pat" sui musoni pelosi, mentre la figlia prepara le ciotole riempiendole di pastelli e palline da ping pong.
Tutto ciò è particolarmente buffo e languidamente tenero, soprattutto quando la vedo scoppiare in una risata dicendomi "mamma! Lucy kissed me!"

E magari il giorno dopo la trovo all'uscita da scuola, tutta piegata ad altezza muso della cagnolona  per strapparle un bacio. 
O meglio, per ricevere un'umidissima e fugace leccata all'orecchio.

Anche in questo caso...
That's amore

La figlia grande e Lucy
("C'mon Lucy, give me a kiss!")



domenica 24 maggio 2015

Esplorazione ed esplosioni


Siamo venuti a Tahoe, al lago.
"Ho prenotato un weekend al lago!" mi ha detto il marito qualche giorno fa.
E cosí siamo venuti qui con degli amici, a condividere questo weekend lungo di pace, tra i pini, gli orsi, i conigli e qualche americano.

Il lago Tahoe, abbiamo scoperto a circa 20 minuti dall'arrivo a destinazione, si trova a quasi 2000 metri di altezza.

A parte un breve e folgorante attacco di panico della sottoscritta, in cui scoperta l'altitudine davo per spacciate le orecchie della figlia piccola (3 mesi), per poi essere rassicurata dalla cugina dottoressa:" Andate su per tappe (con due figlie e un marito mangione, la tappa a singhiozzo è inevitabile) e tieni entrambe le bimbe molto idratate", il viaggio di andata è andato bene.
Siamo andati lunghi solo di quelle 3, 4 ore sulla tabella di marcia, ma che fai, un cheesburgerino on the road non te lo fai?

Arrivati nella casina rossa abbiamo dovuto contenere l'entusiasmo della figlia grande (3 anni e mezzo) che sembrava avere le ossa ripiene di esplosivo, detonato ad ogni passo in esplorazione. 

Una volta divise le camere e scaldata la casa, ci siamo concessi una bella passeggiata nel silenzio di questo posto magico.
Freddo, ma magico.
Anzi freddissimo, visto che siamo a fine Maggio. E vista la temperatura, un pranzo a base di carbonara e una cena di polenta con sugo di spuntature e salsicce hanno assicurato il mantenimento delle calorie necessarie a far proseguire detonazioni di entusiasmo varie.

Io, rimango sempre profondamente innamorata delle piccole grandi trovate della figlia grande, che si riempie le tasche di sassi, mentre ripete come un mantra che vuole "hold a bunny", per poi saltare nella pozzanghera più grossa del lago al lato del sentiero (e i sassi in tasca non aiutano, diciamolo).

Sono momenti preziosi, questi.
Guardo il marito, osserviamo le tante piccole e diverse gioie della giovane esploratrice ed è un attimo pensare come qualche anno fa, io e lui abbiamo fatto le valige ed abbiamo cominciato la nostra di esplorazione, in quella casina di Londra, a Chesilton Road, dove nelle sere più fredde, una volpe veniva a trovarci.
E dove è cominciata la nostra detonazione d'amore per questa piccola personcina piena di entusiasmo, capricci e sorrisi.

Domani si va al lago.
La grande salterà come una rana impazzita urlando che "guarda mamma, guarda dady, il mare!", mentre la piccola, nel passeggino, mi regalerà quelle micro intime prime esplosioni, fatte di sorrisi luminosi pieni di gengive.

That's amore.




La casina rossa



La raccolta dei sassi



Il lago 






venerdì 8 maggio 2015

Il paracetamolo

Eccoci di nuovo qua, con la febbre (io), le ossa rotte, la gola gonfia e i soliti petardi esplosi in testa.

Decidere di vivere lontani da casa è una decisione difficile.

A chi vuole intraprendere questo percorso vorrei dire: valuta bene, ma davvero bene quello che stai per fare, perché quando arriverà il giorno in cui avrai la febbre e le ossa rotte e la gola gonfia e una figlia salterà come una rana furiosa mentre l'altra ti starà attaccata addosso come una cozza allo scoglio e le gambine (le tue), cederanno, rimpiangerai di non essere rimasta là, dove hai amici e parenti che ti vogliono bene e che sarebbero disposti a portarti una buona spremuta d'arancia nonostante il rischioso avvicinamento alla capigliatura da indigena.

Valuta bene, perché ci saranno sere come questa in cui sto scrivendo, in cui penserai "ma chi me l'ha fatto fare', mentre il paracetamolo ti farà sfebbrare e suderai manco fossi ad una lezione di aerobica avanzata all'ora di pranzo su una spiaggia siciliana ad agosto.

Valuta bene. perché quando vorrai tradurre "sto co na scarpa e na ciavatta' in inglese, ti renderai conto che "a shoe and a slipper" non rende. E allora che te lo dico a fare!

Valuta bene perché se non avrai un sant'uomo come marito che sforna pizza e pane alla velocità in cui un barista a Piramide (nota stazione della metro a Roma) distribuisce caffè tra le 6 e le 8 del mattino, avrai troppa nostalgia della cucina italiana.

Valuta sempre bene, perché quando domani dovrai andare dalla pediatra e avrai giusto quel paio di ore di sonno addosso tanto per farti sentire tutta l'intensità di una tortura medievale, non capirai praticamente nulla di quello che ti dirà, annuirai, tornerai a casa con quei di spicci di calorie che ti sono rimasti addosso e con il resto, telefonerai comodamente collassata sul divano per farti ripetere quello che ti ha già detto quelle 3, 4 volte di persona.

Ecco, dopo aver valutato bene però ricordati di osservare la figlia più grande rispondere con naturalezza in inglese mentre le fai una domanda in italiano.
O di fare un profondo respiro quando la lasci all'asilo in mezzo al bosco a cacciare le salamandre insieme ai suoi compagni.
E ricordati che il fegato si è sgonfiato da quando intorno a te gli automobilisti rispettano la segnaletica e che quando vai in spiaggia, può capitarti di vedere una coppia di delfini navigare in alto mare.

Insomma valuta si, ma ricorda.
E scrivi. Che fa sempre bene. Anche quando ti sembra di non aver nulla da dire.

mercoledì 29 aprile 2015

A flower for you!

Ecco. Mi porto questa vocina che mi dice " Look mama! A flower. For you! " dentro al cuore.
Ho scoperto che può alleviare anche l'influenza più debilitante, strapparti un bel sorriso pieno di denti e farti sentire speciale anche quando hai i capelli pettinati coi petardi e il colorito di un marshmellow.

Grazie Figlia!