Sono qui stasera, sulla mia poltrona a dondolo, gli occhi fissi sullo schermo a cercare notizie, più notizie, a conferma di quanto di terribile e vergognoso è accaduto stasera a Parigi.
Le bambine sono a letto, fuori tutto è silenzioso.
La babysitter sud americana che di tanto in tanto ci aiuta, stasera mi ha detto di aver letto a proposito dei fatti di Parigi:"Es muy triste Senora".
Anche qui, nonostante la distanza enorme che ci divide dall'Europa, si sente forte il trauma inflitto dal terrorismo.
Cosí, navigando in rete, su Facebook, ho trovato commenti di ogni tipo.
In molti si scagliano contro l'Islam, in molti contro l'America colpevole di aver creato questo stato di guerra. E' una rete pervasa da pressappochismo, tuttavia è anche una rete unita nel lutto.
Io, in questo breve post, non voglio fare analisi geo politiche né tantomeno schierarmi con alcuna bandiera.
L'unica riflessione, profonda e rispettosa che faccio, è per il sangue innocente versato.
Che non ha bandiera, non ha colpa.
Penso alla parola "guerra". Penso alla parola "paura".
Parole oggi cadute (di nuovo) sonoramente sulle terre d'Occidente, catapultate da paesi che sembrano essere così lontani, ma che poi forse così lontani non sono.
Parole pesanti come il piombo, dure come l'acciaio, fredde come il marmo.
E poi penso alla parola "pace".
Una parola troppo leggera, troppo impalpabile, troppo pallida, di questi tempi.
Una parola che vola sempre più in alto, ogni volta che tentiamo di ricordarla solo dopo un attentato.
Dovremmo cominciare a farla nostra, di più. Ricostruirla, riempirla di buon senso e ancorarla al nostro credo.
Dovremmo cementificarla nel cuore, nella testa, perché ne abbiamo bisogno e ne abbiamo bisogno più di ogni maledetto grido di vendetta.
Stasera questo, porto con me.
Un senso di lutto.
Il peso delle parole.
Amen.
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