mercoledì 17 febbraio 2016

Tempo al tempo

Siamo tornati gia da quasi tre mesi in Europa. La nostra avventura americana è giunta al termine.

A gennaio, dopo una breve, intensa e sfortunata settimana a Londra, io e le ragazze siamo volate a Roma dove siamo rimaste per circa un mese e mezzo, in attesa dell'arrivo del container con i nostri mobili. Dopo di chè, siamo rientrate in terra inglese, per cercare di ricucire i tagli di una quotidianità persa, deteriorata.
Il marito, alle prese con il lavoro, invece si è immerso subito nella terra del té, della birra e del fish and chips (ma c'è decisamente di più di questo, diciamolo!).

Potrei scrivere mille cose su questo rientro, su quanto lo ho desiderato, su come è stato logisticamente faticoso ma relativamente più facile dell'andata.
Potrei scrivere un manuale sul "come disfarsi degli oggetti superflui e conservare solo l'indispensabile" o potrei fare una lista (lunghissima), delle cose da fare in caso di trasferimento oltreoceano, partendo dalla gestione delle utenze di casa, fino alla chiusura di ogni forma contrattuale, dalla palestra all'account amazon locale.

Ma voglio soffermarmi sulle emozioni. Che sono forti, sono difficili da spiegare.
Sono maree di sentimenti che ti affogano e ti lasciano arido, quando meno te lo aspetti.

I primissimi giorni, subito dopo essere atterrati a Londra, li ho passati a piangere in qualunque momento e in qualunque luogo.
Era come se non riuscissi a levarmi questo peso dal petto. Questo sasso dallo stomaco.
Una nostalgia feroce, una lacerazione in quella vita felice conquistata con così tanta tenacia.

Sapevo razionalmente che sarebbe passato, ma non sapevo quando.

Dopo un'altra settimana circa, i pianti sono diminuiti e lentamente hanno lasciato spazio ad una profonda sensazione di non appartenenza. I giorni del limbo mi hanno fatto sentire estranea da tutto e da tutti, come se nessun posto fosse adatto.
Non la pulsante Londra. Non la calorosa Roma.
Lentamente da questa sensazione di smarrimento è emersa la necessità di riavere la nostra casa. Il nostro nido, la nostra tana.

Abbiamo trascorso qualche giorno a Maiolo, dove circa 8 anni fa ci siamo sposati e dove torniamo ogni anno a ritrovare un po' di pace nel cuore.
Lentamente e automaticamente, tra quei monti, quei castelli, quelle strade di campagna gentili, tra una piada e un mascarpone, ci siamo ritrovati.
La vita, lentamente ha ricominciato a fluire, come un rigolo d'acqua in primavera.
Siamo tornati a Londra, tutti e quattro.
La grande ha cominciato ad andare all'asilo.
Ci hanno invitato al compleanno di un suo compagno di classe. Ed è stato bello.
 Sentire di avere persone nuove da conoscere, nuovi amici da incontrare, è stato rigenerante.
La figlia era davvero felice. E anche noi, di riflesso.

Le giornate hanno ricominciato a prendere un senso.
Ancora facciamo fatica a capirne la direzione,  ma ognuno di noi, a modo suo, le sfoglia con attenzione, con la voglia di leggere questo nuovo capitolo della nostra vita.

Ancora, di tanto in tanto, la sera soprattutto, scende una nebbia nostalgica fatta di ricordi, immagini.
A volte non riesco a contenere le lacrime.

Non tornerei mai indietro.
Troppo lontano, troppo diverso.

Ma le persone gentili che abbiamo lasciato laggiù e quella parte della nostra vita che è andata e che ricorderemo come una bellissima avventura, sono i motivi per cui ancora non riusciamo ad aprire con decisione questa nuova fase.

Ci vuole ancora del tempo.
Ce lo prendiamo.

Anche se stavolta, sembra ce ne voglia un po' di più. 



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